Non hanno la TV, ma la guardano. Tutti inseguono la Generazione C.

Ancora un altro studio sui cordcutter, ancora una conferma sulla crescita inesorabile del fenomeno che imperversa negli Stati Uniti. Nel 2010, erano infatti solo 5.1 milioni le famiglie che avevano staccato la spina del televisore per accedere ai propri contenuti televisivi preferiti attraverso internet. Ovvero il 4.5% della popolazione. Nel 2013 quelle famiglie sono salite al 6,5%.

Lo stesso studio, condotto da Experian, sostiene che la percentuale di giovani consumatori – tendenzialmente tra i 18 e i 34 anni – che non sottoscrivono abbonamenti alla tradizionale TV a pagamento è aumentata dal 7,9% al 12,4%. Una crescita del 57% che dice molto rispetto ai futuri trend della televisione. Del resto, tra gli iscritti a Netflix o Hulu, anche la percentuale di consumatori abbonati a servizi diversi dalla pay-TV è cresciuta, passando dal 12,7% del 2010 al 18,1%.

tv tabletMa il dato davvero sbalorditivo è un altro. I nuclei familiari che comprendono un adulto sotto i 35 anni abbonato a servizi di streaming, infatti, fanno a meno dell’abbonamento alla pay TV quasi 4 volte più facilmente della media nazionale.

Lo studio afferma, inoltre, che i possessori di dispositivi mobili, soprattutto iPad, sono molto più propensi a staccare la presa del televisore per migrare verso o integrare i contenuti televisivi con quelli provenienti dai canali online. I possessori di iPad, in particolare, sono il 65% più propensi, seguiti dai possessori di altri dispositivi (36%), dai possessori di iPhone (33%) e, infine, dai possessori di altri smartphone (20%).

Qual è la morale della favola? Senza una strategia chiara che porti i fornitori di contenuti ad ampliare la propria gamma di prodotti ai cosiddetti canali over-the-top, i broadcaster sono destinati a perdere terreno. E spettatori.

Nel caso degli operatori di pay TV la perdita, poi, è ancora più cocente perché si tratta di abbonati paganti. Abbonati che, come raccontavamo in un precedente post, negli Stati Uniti stanno chiaramente migrando, sebbene ancora in numeri contenuti, dai servizi di pay TV a quelli di banda larga.

Connessioni che rappresentano delle vere e proprie pipeline, tramite le quali inesorabilmente nel futuro che è dietro l’angolo potrà essere veicolato un nuovo modello di business per l’ecosistema televisivo.

La conferma arriva dai numeri di Netflix: 48 milioni di utenti internazionali, 1 miliardo di ricavi trimestrali. Il segreto, come afferma lo stesso amministratore delegato del colosso dello streaming online, sta nei contenuti. House of Cards ha scatenato un successo travolgente e la seconda stagione lo ha consolidato anche fuori dai confini statunitensi. Ma la serie che vede protagonista Kevin Spacey non è la sola produzione originale targata Netflix: Lilyhammer, Orange is the New Black e Arrested Development contribuiscono enormemente al successo del canale.

E poi ci sono i diritti di esclusiva. Anche qui, infatti, Netflix sta facendo incetta, per offrire allo spettatore un luogo unico, dove sia facile trovare tutte le proprie serie preferite, vecchie e nuove: Mad Men, The Walking Dead, Scandal, Bates Motel, The Following, New Girl, Sherlock e The Vampire Diaries. Ma anche Dexter, Dr. House e Breaking Bad che, sebbene non siano più in produzione, continuano ad interessare un’ampia fetta di pubblico. A questi contenuti nel 2015 si aggiungerà Narcos, una serie TV dedicata al carismatico politico e trafficante Pablo Escobar, che racconterà la stupefacente storia della più ambiziosa e violenta organizzazione colombiana di narcotraffico: Medellin Cartel.

Il trend, ormai irreversibile, obbliga dunque i broadcaster ad elaborare strategie innovative. Con una certezza: che il tipico catenaccio e contropiede italico questa volta non paga.

Twitter: nella notte tre importanti accordi commerciali

La crescita degli utenti su Twitter è in calo vertiginoso, lo dicono i numeri. Forse è per questo che ieri, quando in Italia era ormai quasi notte, l’azienda del passerotto azzurro ha annunciato una triplice partnership. Innanzitutto l’acquisto della francese Mesagraph e dell’inglese SecondSync, quest’ultima già partner di Facebook. Ma non solo. Twitter ha infatti rafforzato anche il suo rapporto con Kantar, l’azienda di analisi di mercato del gruppo WPP, il colosso della pubblicità, peraltro già socio di Second Sync.

Alla base delle scelte di Twitter il calo di presenze, dunque, e la consapevolezza che, per risalire la china, il sito di microblogging più famoso del mondo ha bisogno di investire su quel doppio filo che lo lega all’ecosistema della televisione. O meglio, della social TV. Soprattutto in Europa, che pur avendo dato i natali alle tre società in cui Twitter ha appena investito, fatica a veder decollare il fenomeno dei cinguettii in TV. In dote, oltre al proprio know-how, le tre aziende portano il proprio portafoglio di partner broadcaster.

È per questo, del resto, che già a febbraio 2013 Twitter aveva rilevato Bluefin Labs, la startup statunitense leader nel campo della misurazione della social TV. All’inizio del 2011, infatti, il numero degli utenti Twitter saliva al ritmo del 150% rispetto all’anno precedente, mentre a fine 2013 il tasso registrato era appena del 38%.

Quante persone hanno interagito con il programma televisivo? Quali i momenti più stimolanti per gli spettatori? Cosa si sono detti gli utenti? Cosa vorrebbero vedere in futuro? Queste solo alcune delle domande rispetto alle quali Bluefin Labs prometteva di offrire risposte, in tempo reale. Dati che si trasformano in un potente strumento per orientare le strategie televisive dei broadcaster con lo scopo, da un lato, di accontentare gli spettatori, dall’altro, di soddisfare gli inserzionisti pubblicitari.

Con un arsenale così a sua disposizione, è doveroso aspettarsi grandi cose da Twitter di qui in avanti, che potrebbero trovare espressione in progetti davvero interessanti anche in seno all’ecosistema televisivo italiano. Nell’attesa, si spera in maggiori dettagli, soprattutto economici, sugli accordi di vendita.
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